Luigi Pallone con suo figlio Mario Luigi Pallone con suo figlio Mario

Essere catanzarese una fede, Luigi: "Al Catanzaro non ci rinuncerei mai, rappresenta il fulcro della mia vita"

Scritto da  Giu 04, 2025
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La storia di Luigi Pallone a "Il Giallorosso nel cuore": "Per il Catanzaro sono andato in trasferta anche con le stampelle!" e la passione trasferita al figlio Mario: "E' più ultras di me"

I riccioli cotonati aggrovigliati in cima al capo e le lenti degli occhiali a postulare una vita vissuta nella sua interezza. Con due colori, il giallo che si posa sulle foto immortalanti emozioni d’epoca e il rosso che ribolle nel sangue al pensiero di così tanta passione. Sono i colori che hanno fatto di Luigi l’essere catanzarese, una naturale inclinazione. Totalizzante, quasi a togliere il respiro, ma soprattutto irriverente, con il suo inconfondibile sorriso. “Il mio attaccamento e trasporto verso il Catanzaro sono speciali”, dice il 57enne che di cognome fa Pallone. Un nome che è tutto un programma, segno inequivocabile di chi presto avrebbe amato lo sport più bello del mondo.

 

“Seguo il Catanzaro in tutti i modi, soprattutto in questi anni che ci sta dando grandi soddisfazioni. Sono abbonato nei distinti, settore che sento più mio, ma quando vado in trasferta ne approfitto per stare in curva e canto i cori degli ultras”.

 

Come se il tempo non si fosse mai fermato dalla prima volta: l’eterno ragazzino insieme alla sua squadra del cuore. “La mia prima immagine del Catanzaro è di una partita che giocammo contro il Cesena in Serie B e vincemmo 4-2. L’immagine è un po’ sfocata, non consapevole anche se già avevo grande entusiasmo. Mio padre Mario conosceva bene il segretario Gaetano Larussa e grazie a lui ci capitava di stare in tribuna ai tempi della Serie A: ero piccolissimo ma dicevano che ero già agitato, mi davo un gran da fare. Forse è per questo che poi ho cambiato settore (ride, ndr). Quando penso a quegli anni è come aprire una finestra temporale. Gli anni Settanta-Ottanta, il Catanzaro di Palanca, Improta, Ranieri, Silipo: delle glorie, insomma. Con Gianni Di Marzio e gli uomini che si sono legati tanto alla città, decidendo di stabilirsi qui e tornarci poi in estate a distanza di anni. Ricordo Nicolini, Menichini, Pellizzaro di cui mi è dispiaciuto della sua dipartita; ne abbiamo tanti di calciatori che hanno caratterizzato quell’epoca. Anche ad esempio Sabadini, un passato segnato dal Milan e dalla nazionale che poi è venuto a vivere qua. Insomma, bellissimi ricordi di un ragazzino in fasce come tifoso ma che si approcciava allo stadio con fervore”.

 

Il Catanzaro entrato come una scheggia impazzita nel cuore di Luigi, destinato a sopportare ogni pazzia per seguire i giallorossi. “Mio papà non era un grande sportivo, quindi se tifo Catanzaro lo devo soprattutto a mio fratello più grande Cesare che ha vissuto nella Curva Ovest già dai tempi della Serie A. Di pazzie per il Catanzaro ne ho compiute, quella che posso raccontare sicuramente riguarda lo spareggio contro il Nola del 1991. Quell’anno mi ruppi il ginocchio perché giocavo a calcio, dilettandomi tra la porta e la difesa. Fatto sta che dovetti subire un’operazione piuttosto invasiva ai menischi e feci una terapia dura perché il muscolo, complice qualche imprevisto, non rispondeva bene. All’epoca frequentavo anche la facoltà di Giurisprudenza e decisi di rifiutare l’esame di Diritto Penale. Tornando a casa e sapendo che mio fratello sarebbe andato in trasferta a Lecce per assistere allo spareggio, dissi a mio padre di voler andare anche io, nonostante avessi le stampelle. Mio padre rispose: “Come medico te lo sconsiglio, come papà sono rassegnato”. Lo presi come un lasciapassare e partii anche io. L’aneddoto curioso è che la stazione di Lecce distava almeno otto chilometri dallo stadio: faceva anche tanto caldo, penso oltre i 40° gradi. Mio fratello e gli altri non avrebbero avuto problemi ad andarci a piedi, ma io con le stampelle? Per fortuna trovai un passaggio grazie a un tifoso del Lecce. Due giorni dopo quella partita cominciò la nostra discesa”.

 

Lo spareggio di Nola: un giovane Luigi, con le stampelle, secondo da destra

 

Ma al cuor non si comanda e Luigi imperterrito continua a seguire le Aquile. Anche nei campetti di periferia. “Di trasferte ne ho fatte tante, soprattutto in Serie C grazie al mio amico nonché testimone di nozze Letterio “Lelio” La Fauci. Sono state anche queste delle pazzie, in fondo, ma soprattutto grandi soddisfazioni. Ricordo una partita al San Vito di Cosenza in Coppa Italia: una giornata piovosa, tanto da ridurci come dei pulcini. Sotto quel diluvio universale però vincemmo. Indimenticabile poi la trasferta di Ascoli che ci ha riportato in Serie B nel 2004, con oltre 12mila persone e 22 bus partiti da Catanzaro. Il gol di Pastore al 94’ contro il Taranto, ma anche Salerno con la festa promozione dei ragazzi di Vivarini. A parte queste ultime, che sono le più famose, ricordo anche di aver visto il Catanzaro in una trasferta ad Agrigento ai tempi di Impronta, eravamo tre persone arrivate da Catanzaro. Oppure Palma Campania, appena dopo l’uscita di Sarno dove ricordo che spesso e volentieri facevamo tappa da una signora che aveva un’osteria. Mi ringraziava perché gli portavo sempre almeno 20-25 persone a mangiare. Diciamo che tutte le trasferte sono belle e goliardiche, soprattutto se vissute insieme agli amici”.

 

Sugli spalti tifoso ma anche allenatore. Sono sempre stato appassionato di formazioni, già da ragazzino mi piaceva fare le selezioni e lo avrei fatto anche a livello dilettantistico se ne avessi avuto l’opportunità. Mi piace tanto guardare gli schemi di gioco e studiare la fase preparatoria di un match: su Whatsapp ho un gruppo di amici dove siamo molto prodighi di spunti”. A proposito di Whatsapp: la foto di copertina è insieme a Re Giorgio Corona.Vederlo in campo era uno spettacolo. Ultimamente ho visto l’iniziativa “Fattore campo” della Serie B e quel murales che raffigura Palanca e Iemmello: io tra quei due avrei inserito anche Corona che ha lasciato un segno nella promozione in B, per non parlare del gran capitano Ferrigno. Corona forse è meno affezionato al Catanzaro sulla base della sua carriera e delle altre squadre dove è stato, ma ha dimostrato di essere un giocatore importante. Chissà cosa avrebbero combinato con Iemmello insieme, se poi penso anche a Palanca avremmo avuto un attacco da Champions!”.

 

Su questa stagione che pensiero ti sei fatto? “Diciamo che non sono stato molto d’accordo con le scelte del direttore Ciro Polito che a mio avviso ha messo in difficoltà Caserta. E non lo dico per una questione di moduli, semplicemente sono arrivati giocatori opinabili come D’Alessandro o La Mantia, per non parlare di Seck che è stato indolente. Se andiamo a vedere nel dettaglio la rosa, non abbiamo avuto grande varietà: la difesa si è retta sui senatori così come il centrocampo, dove è partito Verna e non l’abbiamo sostituito. Qualche risorsa c’è comunque, però se vuoi ambire in alto devi avere una squadra forte e completa. Se andassimo in Serie A? Non so come reagirei, ma penso che dall’euforia mi butterei nel Cavatore”.

 

 

Se dovessi spiegarlo, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Rischierò di essere blasfemo ma credo rappresenti una fede, quasi al rango di quella religiosa. Ho grande affetto e trasporto: al Catanzaro non ci rinuncerei mai. Costituisce da sempre il fulcro della mia vita. È una lunga militanza che non perdo. E che, anzi, ho trasferito a mio figlio. Si chiama Mario come il nonno, ha fatto da poco diciott’anni e vive per il tifo tanto che è capace di guardare i tifosi spalle al campo e incitare la squadra con i cori. Mi dice sempre: “Papà io vado allo stadio per tifare, non per vedere la partita”. È più ultras di me”.

 

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