Francesco insieme a sua moglie Rosaria e la "special guest": il morzello Francesco insieme a sua moglie Rosaria e la "special guest": il morzello

"Il Giallorosso nel cuore", la storia di Francesco: messinese di nascita ma catanzarese d'adozione. "Il pathos di questa città mi è entrato dentro"

Scritto da  Apr 09, 2025
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La nuova rubrica targata "Il Giallorosso". Siete voi tifosi i protagonisti: ogni mercoledì una nuova storia. Oggi parola a Francesco che vive a Voghera con sua moglie Rosaria ma che non riesce a stare lontano da Catanzaro

La patina ingiallita di una vecchia pagina dell’iconico album della Panini e un ragazzo a tenere per mano una figurina. Anzi, la figurina. Quella della squadra del Catanzaro, stagione 2004-2005. L’anno della Serie B, di una stagione che non sarà come quella attesa ma che ha segnato nel bene e nel male l’epoca di una nuova generazione giallorossa.

A tenere stretta a sé quella figurina è Francesco. Un ragazzo come tanti, illuminato dalle sue passioni e cresciuto secondo la più classica routine “casa e Chiesa”. Ma nell’adolescenza di Francesco c’è anche un terzo luogo, quello del barbiere. Ritrovo di anime giallorosse, che con Catanzaro ha solo un’assonanza cromatica. Già, perché la storia di Francesco parte da Messina per arrivare poi alla nostra città.

Quando ero piccolo abitavo in periferia a Messina – racconta Francesco TamburelloIl centro era segnato dal barbiere, dove ci si ritrovava un po’ tutti. In quegli anni il Messina giocava in serie A ma ricordo che una sera, in televisione, su RaiSport trasmisero un documentario su Massimo Palanca. Appena lo vidi mi apparse come un mito, qualcosa che era difficile da spiegare a parole. Tramortito dalle sue gesta sentii di raccontarlo il giorno dopo al mio barbiere. Mi rispose che ai tempi di Palanca e del Catanzaro in serie A partivano con le macchine da Messina”. Gli anni Settanta, delle radioline e di una squadra, quella del Presidentissimo Ceravolo, che fu da volano per tutto il Sud. “Ai tempi era l’unico espediente per andare ad assistere dal vivo le grandi squadre del Nord, come l’Inter e il Milan. Sempre il mio barbiere mi raccontò che a Catanzaro, con alcuni suoi amici, ci tornarono diverse volte ma non per vedere le altre squadre, bensì Palanca. Era come se si fosse creato un eroe. I miei primi ricordi del Catanzaro sono legati invece a quella serie B. Gente come Carbone, Corona, Manitta e Belardi: quella squadra e quei singoli, alcuni dei quali giocavano nel Messina della mia infanzia, avrebbero dovuto spaccare il mondo, poi la classifica disse che fummo l’ultima incompiuta ma mi fece tenerezza ugualmente. Conservai la figurina per tanti anni, perché ero follemente innamorato di quella maglia. Un giorno persi la figurina e per fortuna, l’anno scorso, ritrovai quella maglia decidendo di comprarla allo store perché ci somigliava tanto”.

Francesco oggi ha 33 anni e vive a Voghera, in provincia di Pavia. La sua formazione di docente di sostegno l’ha portato a cercare destinazioni diverse: grazie a sua moglie Rosaria, però, Catanzaro è diventata un porto sicuro in cui approdare. “È nato tutto per caso. Io e mia moglie siamo un po’ degli zingari, nel senso che ci piace viaggiare. Fatto sta che in Calabria ci era rimasta solo la zona di Catanzaro da visitare, così l’anno scorso decidemmo di visitare il centro. Restammo incantatati tanto che il nostro desiderio fu subito di venire a vivere in città. Mia moglie mandò una candidatura alle Poste mentre io feci un concorso a Lamezia Terme. Ci andai con la sciarpa del Catanzaro, l'intera classe sorrise perché vedere un siciliano con la sciarpa giallorossa era insolito ma apprezzarono. In quelle settimane ho fatto conoscenza di tante persone: dalla mia collega Maria con il suo compagno Giuseppe, persone eccezionali, che ci hanno sempre ospitato e dato tutto. Ma anche di Gaetano Letizia, un signore tifosissimo del Catanzaro che dopo aver saputo della mia storia e del mio desiderio di abitare a Catanzaro, un giorno mi regalò un braccialetto dicendomi: “Da adesso in poi sarai un tifoso del Catanzaro”. Di vivere qui non se n’è fatto più niente ma per amici e conoscenze è nata una dipendenza, quando possiamo torniamo sempre a Catanzaro perché ci troviamo benissimo. Il centro storico è simile alla mia Sicilia e nel fare catanzarese riconosco i modi dei miei antenati, l’universalità meridionale che non ha confine”.

Il legame con la squadra è tutto particolare. “Le partite del Catanzaro le guardo su Dazn. A casa mia c’è la sacra triade: tifo Genoa perché Genova è stata la prima città che ho visitato fuori dalla Sicilia, ho ritrovato la stessa conformazione delle mie radici: musicista e deandreano nel dna; mia moglie e mia suocera tifano invece l’Inter e ovviamente c’è il Catanzaro. Gli impegni scolastici non mi hanno permesso molto di seguire dal vivo la squadra, che ho visto soltanto due volte anni fa al “Granillo” di Reggio Calabria. La prima volta nel febbraio del 2019 quando vincemmo 4-3 e poi quella di ottobre dello stesso anno, ahimè persa di misura. Ora aspetto di vedere la squadra al “Ceravolo”, spero di tornare a Catanzaro per Pasqua e sfruttare la gara contro il Palermo”. Anche perché l’itinerario è stato già deciso: “Prima di tutto devo tornare a mangiare il morzello perché ne sono dipendente e poi bere il vino buono che ti stordisce (sorride, ndr). Sarà una cosa blasfema quella che sto per dire ma è la verità: manco da Messina e mi sta bene, la stessa cosa non riesco a dirla di Catanzaro. Il pathos di questa città mi è entrato dentro”.

Cosa pensi dell’attuale stagione? Il Catanzaro giocherà i playoff?

“Sugli spareggi non mi piace tanto esprimermi, sappiamo che è una lotteria a tutti gli effetti, dove a volte non vince il merito. Se dovessimo però andare in serie A sarò il primo a scendere giù per festeggiare. I miei calciatori preferiti? Non ho dubbio, Iemmello e Petriccione. Per me sono gli intoccabili, i pilastri. Iemmello è quello che era Palanca per i miei amici più anziani, il paladino meridionale che porta la bandiera. Iemmello lo paragono al Garibaldi dei due Mari”.

Se dovessi spiegarlo, che cosa rappresenta per te il Catanzaro?

“Catanzaro per me è essere meridionale, avere il senso di rivalsa e il gusto antropologico per l’uomo arcaico. Il calcio è solo una cornice, Catanzaro sono le persone. Quando vedi giocare la squadra e dietro c’è quel muro giallorosso capisci che è un simbolo e una filosofia di vita far parte del Catanzaro. È un insieme unico tifoseria, squadra di calcio e città. Mi sono innamorato di Catanzaro, della sua storia dei Briganti e ti senti un brigante a tutti gli effetti. A Voghera indosso la maglia e la sciarpa del Catanzaro, in questa città ho rivisto i miei nonni e la salvezza dell’uomo”.

 

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