Le onde frastagliate del mare e in lontananza il brulichìo dei gabbiani che con i loro versi sorvegliano l’orizzonte. Quello dei sogni e dei desideri, ma anche quello dove si posano i ricordi. Le città di mare rappresentano il punto di contatto con il passato e il presente di Alessandro Farrelli. Catanzaro, la terra natìa, e Palermo: la città che ha cambiato la sua vita. Ragioni di lavoro a giustificare una distanza di ormai trent’anni, ragioni diventate presto di cuore dove oggi Alessandro ha costruito la sua famiglia.
“Sono nato e cresciuto a Catanzaro Sala, fino a circa vent’anni – racconta Alessandro – Poi per lavoro sono stato trasferito prima a Cuneo e poi a L’Aquila e infine mi hanno mandato a Palermo. I primi ricordi in giallorosso sono di mio padre Luigi che mi portava allo stadio in Serie A, anche se io di ricordi nella massima serie non ne ho. Ero troppo piccolo. Ricordo invece, come tutti quelli nati in quel periodo, Catanzaro-Lazio del 1988 con il gol di Monelli nel finale e il recupero infinito dell’arbitro D’Elia di Salerno. Avevo 14 anni e ci fu una grandissima delusione, conservo nella memoria l’immagine delle bandierine buttate in campo al triplice fischio. Da allora mio padre non è più venuto allo stadio, mentre io ci sono continuato ad andare: prendevo il pullman da Sala per arrivare prima e vivere il quartiere stadio presto con tutti i tifosi. Ma soprattutto con tanti “zii” perché all’epoca i ragazzini non pagavano per entrare allo stadio e allora cercavo il primo adulto per infilarmi dentro. Mi aggrappavo alle persone per entrare, che tempi!”.
Anni che hanno fatto spazio a quelli più duri aprendo il solco alla fase più buia dell’Uesse. Gli anni Novanta e un contraltare di emozioni per Alessandro: “I primi anni di Palermo ero single e al “Ceravolo” ci andavo spessissimo. Erano gli anni della C1 e della C2, mi informavo sempre e quando non ero allo stadio andavo sul televideo a leggere i risultati. Poi con il tempo sono nati i primi telefonini che ci hanno avvicinato ai risultati in tempo reale, anche se la distanza si faceva sentire. Di riflesso vivevo a Palermo una situazione opposta, perché qui da anni bui si vedeva un Palermo in ripresa. Non posso negare in questo senso la simpatia per la gente di Palermo, ma a chi me lo chiede io sono netto: quando c’è Catanzaro-Palermo io tifo sempre e solo per i giallorossi”. Anche perché bisogna “difendersi” da una famiglia tutta rosanero. “Mia moglie segue ma non molto, ovviamente tifa Palermo così come i miei figli. Penso sia giusto così, perché credo che uno debba tifare la squadra della propria città e non ho mai impedito questa cosa. Finalmente dopo anni siamo tornati in Serie B e si vive la vigilia di questa sfida che è sempre particolare. È una cosa bellissima: la settimana che precede la partita evitiamo di parlare: ognuno è raccolto nei propri pensieri. Quest’anno abbiamo gioito entrambi: noi all’andata, loro al ritorno. A Catanzaro, al ritorno, ci sono andato con loro a casa e alla fine della partita mio figlio mi mandava messaggi vocali a sfottò. Purtroppo ci sta anche questo”. Ma è stato l’incontro dell’anno scorso al “Barbera” che ha segnato di più Alessandro: “Mio figlio Alessio ha partecipato in quell’occasione al cerimoniale di ingresso in campo delle squadre. Pur di entrare accanto a un suo beniamino (il rosanero Jacopo Segre nell’occasione, ndr) ha accettato di vestire in giallorosso. E per me, vedere un Farrelli in giallorosso al Barbera è stato emozionante”.
C’è un Catanzaro a cui sei più legato? “Senza dubbio quello della cavalcata dalla Serie C alla B di due anni fa. Penso che tutti quanti dopo la delusione di Padova aspettavamo quel campionato come rinascita. Vincerlo poi in quel modo è stato clamoroso: si è ricreato un legame forte con la squadra. Almeno per me, che non mi sono perso una partita tra le trasferte e la tv insieme, ogni tanto, con alcuni colleghi che abitano qua a Palermo ma tifano Catanzaro. Siamo tornati sulla bocca dei telegiornali, delle trasmissioni sportive. È stato emozionante tutto”. E se ti chiedo dei giocatori? “I ricordi da piccolino sono per Palanca ma un giocatore che ho nel cuore è Giorgio Corona, che ho avuto la fortuna di incontrare perché viene spesso allo stadio di Palermo: una volta mi presentai dicendogli che ero di Catanzaro, lui mi parlò benissimo di quegli anni. Recentemente ho visto giocare il figlio Giacomo, attaccante come il padre (quest’anno al Pontedera nei professionisti, ndr). Ha un’ottima struttura, chissà se un giorno farà le nostre fortune come il papà”.

Il Catanzaro è e resterà sempre il primo amore. “Seguo le partite quasi sempre con un collega, Raffaele, che anche lui è super tifoso del Catanzaro. Per uscire dal contesto familiare ce la vediamo nella mia casa al mare. Io per l’occasione preparo la pasta con il ragù: la prima volta che la feci andò bene, quindi per scaramanzia la preparo sempre. Casa al mare l’ho un po’ personalizzata arredandola di giallorosso, ho quadri e pigne con i colori del Catanzaro e in più ho una piccola collezione di maglie dei calciatori. Del tempo per guardare il Catanzaro riesco a ritagliarmelo, mi organizzo con i turni al lavoro ma se a volte non mi è possibile proprio seguirlo in tv, allora sì che è una sofferenza”.
Il futuro brilla di una luce che potrebbe un giorno riaccendere sogni di gloria. “Credo molto nella società. La più grande garanzia è il presidente Noto che oltre ad essere un tifoso è una persona perbene. Ha sempre dichiarato gli obiettivi stagionali, partendo dal consolidamento della squadra e poi a lavorare bene sia a livello dirigenziale che a livello di infrastrutture. Sognare si può farlo sempre, ma dobbiamo mantenere ferme le nostre idee. Qui a Palermo apprezzano il modello Catanzaro: ovviamente non possiamo metterci a confronto con i rosanero che hanno capitali enormi, ma il nostro modo di gestire diversamente il club ottenendo sempre risultati importanti raccoglie consensi”.

Se dovessi spiegarlo, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Per il mio vissuto e la mia storia sicuramente il mantenimento di un legame con la città. È facile andare fuori e dimenticare la propria città, io qua ho trovato lavoro e mi sono sposato ma grazie al Catanzaro ho potuto mantenere un legame forte con l’ambiente. Spesso il mio ritorno è legato alle partite, come ad esempio quest’anno contro la Reggiana o il Palermo stesso; se non ci fossero state queste occasioni magari non sarei venuto. Il Catanzaro per me vale tanto, in tutto quello che faccio lo penso sempre”.





