Il bagliore lucente del Catanzaro in Serie A, gli anni di Palanca e del Presidentissimo Ceravolo ma più in generale di un popolo a seguito di una squadra – e che squadra – che calcava i campi del Nord a difesa di una fede, quella giallorossa. Simbolo di un orgoglio, da stringere come una reliquia e un vanto che sapevano di appartenenza. Una storia tramandata di generazione in generazione, scavate nel solco del blasone delle Aquile del Sud.
Le gesta dei grandi eroi di quel Catanzaro rivivono ancora oggi, nonostante l’incauto ciclo delle primavere, negli occhi di quel bambino che a soli nove anni varcava per la prima volta il cancello dello stadio “Ceravolo”, o meglio del Vecchio Militare.
Domenico Sorrentino conserva lo stupore e la magia di quegli anni. Non quelli della Serie A, imbevuti nei ricordi trasmessi da papà Tonino, ma di un legame davvero speciale tra i tifosi e i calciatori che hanno segnato un’epoca. “Ogni partita è un'emozione, una storia che si intreccia con i miei ricordi personali, dalle prime esperienze allo stadio ai momenti indimenticabili vissuti con i giocatori e i tifosi – racconta Domenico, nostro redattore de Il Giallorosso - Ho 47 anni e sono nato e cresciuto a Settingiano, ma da un paio di anni risiedo a Marcellinara. Il mio primo ricordo del Catanzaro risale al 7 giugno 1987, quando avevo nove anni. Era il giorno della partita Catanzaro-Casertana, l'incontro che celebrava il ritorno in Serie B dopo solo una stagione di assenza. Quella fu la prima volta che mio padre mi portò a vedere una partita al vecchio Stadio Militare, e ci sistemammo nella tribuna Distinti. Dopo una settimana di preparativi, mia madre Wanda confezionò un'enorme bandiera giallorossa, tanto grande che faticai a farla entrare nella nostra 126. La partita finì 5-2, in un'esplosione di bandiere giallorosse e di entusiasmo. Mio padre mi ha trasmesso l'amore per i giallorossi”.
Immagini che appartengono a un passato che non esiste più, ma di un amore per il Catanzaro che non conosce misura. E di un siparietto davvero molto curioso. “Nel 1971, mio padre iniziò a lavorare presso il Motel Agip, e in seguito alla storica prima promozione del Catanzaro in Serie A, la squadra cominciò a svolgere i ritiri proprio lì. In quel periodo, nacque una bella amicizia tra mio padre e molti giocatori, in particolare con Massimo Palanca”. L’idolo che diventa amico di famiglia, in un corollario di aneddoti che si consumano tra vita calcistica e privata. “Questo legame speciale portò Palanca a frequentare spesso la nostra casa con la sua famiglia, amava particolarmente le tagliatelle fatte in casa da mia madre. Un'amicizia che perdura ancora oggi. O'Rey, come era soprannominato, era solito venire a trovarci a Settingiano ogni 11 novembre, per la festa patronale dedicata a San Martino, durante la quale si teneva anche un torneo di calcio chiamato "Torneo San Martino". Palanca era colui che premiava la squadra vincente”.
Sul crinale degli anni più complicati non sono mancati i riferimenti. “Il calciatore a cui sono più legato è ovviamente O'Rey Massimo Palanca, ma ci sono anche altre figure che mi hanno fatto innamorare del Catanzaro in momenti diversi. Ricordo il tecnico Vincenzo Guerini, sotto la cui guida perdemmo la promozione in Serie A per un solo punto. Avevo 10 anni e quel campionato di Serie B 1987-88 fu il primo in cui cominciai ad andare allo stadio. Durante i difficili 18 anni trascorsi in Serie C2, mi affezionai a giocatori come Galeano, Marsich, Vanzetto e Nicola Ascoli. Gli ultimi due idoli che ho seguito con passione sono stati Re Giorgio Corona e Re Pietro Iemmello”.
Che si rifà ai nostri giorni, di una stagione che sta volgendo al suo termine tra sogni e speranze. “Devo ammettere che, dopo gli addii estivi di Vivarini, Foresti e Magallini, temevo che avremmo faticato a rimanere in categoria. Tuttavia, non ero scettico riguardo l'arrivo di Caserta in panchina, poiché ho sempre apprezzato il suo stile di gioco. Ero preoccupato per un inizio difficile, visto che la squadra si era formata più tardi rispetto alle altre. Quando, però, sono giunti i buoni risultati nelle prime cinque partite di campionato, ho iniziato a credere che potessimo puntare ai Playoff. Siamo un'ottima squadra, un gruppo unito e mai arrendevole. Penso che senza una lunga serie di infortuni avremmo potuto guadagnare qualche punto in più, ma sono convinto che anche quest'anno raggiungeremo i playoff e daremo del filo da torcere a tutti”.
Hai mai fatto una pazzia per il Catanzaro? “Sì e riguarda la finale dei playoff tra Catanzaro e Sora. In quell'anno mi trovavo a Palermo, impegnato nel servizio militare. Sentivo che finalmente era arrivato il momento di ritornare in Serie C1 dopo un decennio trascorso in C2. Ero profondamente dispiaciuto di non poter essere al Ceravolo il 17 giugno 2001. Così, quel venerdì, al comando, chiesi il permesso, spiegando che la domenica ci sarebbe stata la cresima di mio fratello e che sarei rientrato il martedì, pensando che ci sarebbero state lunghe giornate di festeggiamenti. Con qualche difficoltà, mi concessero la licenza, e riuscii ad assistere alla partita. Sappiamo tutti come purtroppo si concluse. Deluso, il lunedì mattina presi il primo treno per Palermo per rientrare in servizio al più presto”.
Se dovessi spiegarlo, che cosa rappresenta il Catanzaro per te? “Per me, il Catanzaro calcio è molto più di una semplice squadra: è una parte fondamentale della mia vita. Rappresenta un legame profondo con la mia famiglia, soprattutto con mio padre che mi ha trasmesso questa passione, e con la mia terra natia. Il Catanzaro è una fonte di gioia, di sofferenza e di orgoglio che mi accompagna in ogni fase della mia esistenza”.





