Manuel Rotundo, a destra nella foto, insieme a papà Pino e al fratello Marco allo stadio Manuel Rotundo, a destra nella foto, insieme a papà Pino e al fratello Marco allo stadio

Manuel, il tifoso giallorosso che vive in Repubblica Ceca con la passione della musica: "Ho scritto una canzone per la città, spero un giorno di sentirla allo stadio"

Scritto da  Apr 16, 2025
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La traccia di una canzone, incastonata sul crinale delle emozioni di variopinte sfumature. Del ragazzino che sognava un giorno di vestire la maglia del Catanzaro, del ragazzo diventato uomo e oggi padre di famiglia ma soprattutto di colui che, a oltre 2mila chilometri di distanza, sente scorrere nelle vene le viscere della sua terra.

Dal quartiere Sala di Catanzaro, precisamente Campagnella, Manuel Rotundo ha costruito la sua di strada, lavorativa e affettiva. Con a braccetto il Catanzaro, inseparabile compagna di avventura. “Perché tifo il Catanzaro? Il motivo non dovrei neanche specificarlo – dice Manuel – Sono cresciuto a Campagnella, da una famiglia catanzarese doc. Mio papà che parlava di Palanca e Mammì, insieme ad altri giocatori che hanno fatto grande questa squadra. Nelle mie vene scorre sangue giallorosso, Catanzaro è tutto per me”.

Manuel Rotundo, a destra nella foto, insieme a papà Pino e al fratello Marco

 

Un legame indissolubile, fortificato dalle circostanze. “Ho 35 anni e da circa dieci anni abito a Varnsdorf, una cittadina della Repubblica Ceca, a circa due ore da Praga – spiega – Mi sono trasferito per motivi lavorativi. Come mai proprio la Repubblica Ceca? Per una questione d’amore. All’età di vent’anni sono andato in Norvegia a studiare, lì conobbi una ragazza ceca di nome Petra: me ne innamorai tanto che alla fine me la sono sposata. Dopo gli studi abbiamo provato a scendere giù, solo che io facevo lavori saltuari tali per cui era impossibile vivere”. Da qui l’idea e necessità di trasferirsi, come succede a tanti ragazzi calabresi. “Ho iniziato a lavorare in una caffetteria: ero l’unico italiano presente in un paesino sperduto della Repubblica Ceca. Un giorno in caffetteria è entrato un signore offrendomi di lavorare con lui in un’azienda che si occupa di fotovoltaico. Dopo diversi anni ho scelto di proseguire da solo, creandomi un’azienda tutta mia”.

I primi ricordi del Catanzaro sono nitidi, cristallizzati in immagini scolpite nel cuore. “La mia prima promozione in serie B è come se la vivessi ancora oggi. Ho l’immagine del giorno dopo Ascoli, di quell’invasione giallorossa: io e la mia famiglia salimmo da Campagnella con la funicolare verso il centro, il marciapiede di fronte al Solimeo colorato di giallorosso e poi ricordo la festa allo stadio. Tutti ad abbracciare i nostri eroi: Gentile, Corona, Ferrigno, Briano…Gentile mi fece l’autografo sulla maglietta. Sono ricordi che non se ne andranno mai”. E pensare che quella maglietta stretta in pugno, Manuel l’avrebbe forse potuta indossare in campo un giorno. Da piccolo ero un attaccante e giocavo per il Gagliano Calcio. Poi passai alla Kennedy sempre con la promessa che se avessi fatto il mio dovere, e quindi segnare, avrei svolto un provino per il Catanzaro. Quel provino non ci fu mai, perché all’epoca ero un tipo piuttosto ribelle e quindi non seguii quel consiglio”.

E oggi, il Catanzaro come lo segui? “Sono dieci anni che sono fuori e quindi sempre tramite le varie emittenti. Qui ci sono altri italiani e conosco pure altri catanzaresi, solo che siamo distanti e non ci è possibile trovarci assieme. Quando gioca il Catanzaro mia moglie sa che ci deve essere silenzio in casa, mi stendo sul divano e quando c’è un’occasione per noi incrocio le dita. Anche le mie bambine Melody Joy e Mia Viktoria hanno la maglietta del Catanzaro, un giorno le porterò al “Ceravolo”. Il mio calciatore preferito? È un calciatore che non gioca più per noi e quando lo vedo dico “ma chi te l’ha fatto fare??” ed è Mattia Maita. Da qualche anno a questa parte, comunque, sono riuscito a vedermi diverse partite allo stadio. Ricordo un 6-0 contro il Potenza in casa, quando eravamo in serie C1, e poi una che ero sceso con il cuore è stata quella dell’estate scorsa. Ero a casa mia davanti alla tv a guardare la prima partita dei playoff contro il Brescia: vincemmo all’ultimo secondo, impazzii. A fine partita chiamai mio fratello e gli dissi: “Comprami il biglietto contro la Cremonese che scendo”. Mi prese per pazzo, ma intanto a Catanzaro ci scesi. Scendo sempre per Natale solitamente e quindi se il Catanzaro gioca in quel periodo, non scappa. Prima la partita la vedevo dai Distinti, ora me ne vado in Tribuna e con la scusa mi porto mio papà Pino che ricorda sempre la serie A, di quando sfidavamo la Juventus e di come lo stadio fosse il triplo pieno di gente tutta in piedi”.

C’è una passione che unisce Manuel al Catanzaro ed è la musica. “Strimpello da quando sono piccolo, suonavo nella Chiesa Evangelica della Riconciliazione tra il gospel e rock. Il mio desiderio è sempre stato di incidere un album e proprio quest’anno uscirà il primo Cd. Due canzoni sono per le mie bambine e poi c’è una canzone che si intitola proprio Catanzaro. Di cosa parla? Delle persone nate a Catanzaro e che si sono dovute allontanare, con il desiderio di tornare un giorno. Ci vari versi che parlano del Ponte Bisantis in cui senti il vento che ti tiene per mano, degli anziani che ti raccontano delle persone, del profumo del mare. E poi della squadra. C’è un verso che fa: “Sento aumentare la pressione, da casa non posso tifare. È bello quando stiamo insieme, orgoglio sentirti cantare. Vicino ogni volta che posso lo sai mio cuore è giallorosso”. Il mio augurio è di sentirla suonare allo stadio, un giorno”.

Il futuro nasconde desideri e ambizioni, anche sul fronte squadra. “Abbiamo attraversato anni bui, difficili e per certi versi umilianti. Grazie al presidente Floriano Noto, che ha preso il Catanzaro in macerie, ci stiamo avviando verso qualcosa che ogni società sportiva vorrebbe. Il Catanzaro del futuro lo vedo solo con Noto, ci sta mettendo la faccia e i soldi: soltanto adesso che mi sono messo in proprio posso capire i tanti sacrifici che sta facendo. Chiaro poi che tutti vorremmo vedere la serie A ma nelle condizioni attuali, dello stadio e delle strutture, non sarebbe utile. Meglio strutturarci e in un paio di anni saliremo anche noi”.

Riavvolgendo il nastro dei rimorsi, ti sei mai pentito di non aver fatto quel provino per il Catanzaro? “Se non l’ho fatto ci sarà stato un motivo. Ma posso essere soddisfatto di una cosa. Qui in Repubblica Ceca gioco a calcio nel tempo libero e anni fa, poco dopo il mio arrivo, ebbi la possibilità di partecipare a un evento bonifico. Noi amatori sfidammo la squadra del Varnsdorf che gioca nella serie B ceca. Segnai 4 gol e la cosa più bella fu sentire lo speaker dello stadio pronunciare il mio nome: sentire il nome Rotundo, di un catanzarese, per quattro volte è qualcosa che non ha prezzo”.

Chiudiamo con la domanda di rito. Se dovessi spiegarlo, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Me lo chiedono spesso in Repubblica Ceca e quando rispondo su questo gli altri vedono in me gli occhi infuocati. Il Catanzaro è Catanzaro, come lo è il Napoli per i napoletani. Lo stesso per i catanzaresi e più in generale i calabresi, lasciamo stare le distinzioni tra le altre squadre calabresi perché credo che nel 2025 le rivalità non dovrebbero esistere. Abitando a 2mila chilometri di distanza senti ancora di più l’appartenenza. La sola parola, Catanzaro, riempie la bocca e ti senti sazio”.

 

 

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