I finestrini abbassati e il vento in faccia, con le gomme appiccicate all’asfalto e il sole rovente a mandare su di giri la temperatura della macchina, segnando la rotta verso sud. L’estate disegnata in una cartolina: da Alba, il profondo Nord, a Bovalino: la costa ionica, con i suoi sapori e racconti.
Le ricorda così le sue estati Francesco Ieriti perché da quei viaggi è nato l’amore per la Calabria e soprattutto per il Catanzaro. Lui che nato 56 anni fa nella provincia di Cuneo, dove tuttora vive, è figlio di emigranti calabresi. La storia infinita, di chi ha lasciato la propria terra in cerca di una miglior fortuna.
“Se quella del Piemonte è stata una scelta di vita, l’amore della Calabria è stato qualcosa di naturale che i nostri genitori ci hanno trasmesso – dice Francesco - I miei genitori erano originari della provincia di Reggio Calabria ma nel 1963 salirono ad Alba dopo aver vinto un concorso. Io e mia sorella siamo nati qua, ci siamo integrati perfettamente nel tessuto sociale piemontese ma d’estate finita la scuola partivamo per la Calabria. Andavamo a Bovalino dai miei nonni e nel tragitto si prendeva la statale 106 in direzione Lamezia, anche perché la statale dei Due Mari tra Rosarno e Gioiosa non c’era ancora. Quando si risaliva prima di tornare al nord tappa obbligatoria era Catanzaro, a Bellavista avevamo infatti una zia che abitava lì e ce ne stavamo insieme un paio di giorni”.
Fatale fu una passeggiata per il centro. “Ero piccolino, avrò avuto 4-5 anni. Un giorno andammo a passeggio con mio zio e raggiungemmo lo stadio. Allora era ancora il “Vecchio Militare”. Entrammo dalla curva e fui colpito da questi colori giallorossi esposti ovunque. Ma la cosa particolare fu un’altra: un giovanissimo Piero Braglia si avvicinò verso di me e mi prese in braccio, dandomi anche dei buffetti sulla guancia. Io non sapevo neanche pronunciare la parola Catanzaro a momenti. Fatto sta che suscitai della simpatia e Braglia mi fece un autografo, che io ancora conservo come una reliquia. Sai, ogni ragazzo cresce con degli idoli, tanti a Catanzaro l’hanno fatto con Palanca mentre io avevo come idolo Piero Braglia. È da lì che è nato il contatto con il giallorosso, qualcosa che ti entra nelle vene e non c’è antidoto che possa mandarlo via”.
La Juventus, il Torino o l’Inter. Non ci sono squadre che tengano per Francesco: c’è solo il Catanzaro. “Ad Alba ero da solo a tifare Catanzaro in mezzo ai miei amici, ma era come se mi sentissi più forte: difendevo la mia squadra. Una volta eravamo con mio padre allo stadio Comunale di Torino e in tribuna c’era un noto produttore di vino, persona conosciutissima in città e amante del calcio ma soprattutto tifoso della Juve. Se non ricordo male era un Juventus-Avellino e giorni dopo ci sarebbe stato Juve-Catanzaro, con Massimo Mauro che militava ancora nelle fila giallorosse. Dopo quella partita questo signore venne a casa nostra: mio padre pensava per lavoro e invece ci disse che aveva visto giocare il Catanzaro e in particolare Mauro. Beh, se n’era innamorato. Questa dimostrazione fu per me un grande orgoglio”. Un’epoca in cui c’era solo la radio e i ritagli del giornale a condensare le emozioni del calcio giocato. Fantasticando con ardore e desiderio delle imprese dei propri beniamini. “Abitando in Piemonte non avevo la possibilità di seguire il Catanzaro dal vivo e non ho mai avuto ricordi giallorossi in Serie A. Quando tornammo a giocare nelle serie inferiori mi facevo conservare da mio nonno e mio zio le pagine della Gazzetta del Sud, così quando scendevo in estate anche se erano passati dei mesi ritagliavo i pezzi degli articoli: li rileggevo, mi immedesimavo dentro lo stadio e nella mia testa provavo a vivere il film della partita”.
La prima gara dal vivo un Catanzaro-Taranto di fine anni Ottanta. “Giocava per noi Stefano Rebonato, ricordo che c’era contestazione perché non segnava molto. E mio padre che anche se andava a vedere la Juventus in tribuna poi a Catanzaro ci andava in curva mi disse: “Immagina se segna Rebonato negli ultimi minuti che succede”. Alla fine successe, ci fu una grande esultanza e lui scese sotto con gli ultras a festeggiare”.

Gli anni passano ma l’incedere dell’età e degli impegni da avvocato non tradiscono l’appartenenza alla fede che si fa sempre più forte. Tanto da decidere di darne forma in un gruppo tifosi sparsi per la regione: il Gruppo Catanzaro Piemonte. “Qui in provincia c’è un bar gestito da Ezio Panero, ex calciatore del Catanzaro. Tramite lui un giorno venni a conoscenza che c’era un bancario delle mie parti che tifava per il Catanzaro. Mi incontrai con questo signore, che di nome fa Saverio ed è originario del quartiere di Santa Maria. Ci conosciamo e decidiamo da lì in poi di ritrovarci insieme per condividere la stessa passione. Erano gli anni in cui giocavamo in Serie C, Saverio mi disse che sarebbe stato difficile trovare altri tifosi anche perché la squadra non girava, ma se fossimo andati in Serie B i tifosi sarebbe usciti “come funghi”. È stato difficile trovare dei cuneesi tifosi del Catanzaro, tanto che ci siamo allargati alla provincia di Torino e così nel 2017 ho creato il Gruppo Catanzaro Piemonte. Oggi siamo una cinquantina di persone e la nostra prima trasferta organizzata è stata quella di Reggio Emilia in occasione della Supercoppa. Abbiamo un gruppo Whatsapp, ci messaggiamo ogni giorno e quando è possibile ci troviamo per organizzare delle trasferte. Non è semplicissimo visto che Cuneo è molto distante rispetto ad altre città. La trasferta più bella? Quella di Venezia. L’emozione di attraversare il Canal Grande con il traghetto, passando davanti a Piazza San Marco con i fumogeni giallorossi penso sia stata una delle cose più belle della mia vita”.
Una passione, quella di Francesco, che fa proseliti. “Qui a Cuneo sanno della mia passione e siccome gioco per la squadra di calcio del tribunale, l’Atletico Forense Cuneo, tanti colleghi si sono avvicinati al Catanzaro. Tutti sono interessati a come va la stagione, i risultati…una volta sono riuscito a farci fare un saluto da Fabrizio Lorieri, il preparatore dei portieri della prima squadra. Se sono scaramantico? Solitamente porto allo stadio una sciarpa regalatami da un mio amico e con questa al collo non ho mai visto il Catanzaro perdere. Il mio studio legale è addobbato di cimeli e vessilli giallorossi, ho con me anche la maglietta regalata da Curcio”.
Il timbro della voce cuneese doc e le radici reggine. Ma allora perché tifare il Catanzaro? “Perché era l’ultima tappa della mia vacanza. Catanzaro a me è sempre piaciuta, è una bella città. Penso poi che il fatto di avere dei parenti abbia rafforzato il legame, di quei saluti strazianti che significavano rivedersi l’anno prossimo. Catanzaro è sempre stata nel cuore dei miei genitori e io non posso dimenticarlo. Con l’arrivo dei figli le puntate in Calabria sono diminuite: loro si interessano della Calabria e del Catanzaro, ma è anche vero che il mondo va avanti e con sé porta nuove generazioni e nuovi interessi. Io un passaggio obbligatorio lo faccio sempre però. Quando scendo prendo la macchina a noleggio e vado allo stadio, respiro l’atmosfera di quando mi portarono per la prima volta da bambino. Con me ultimamente a tifare il Catanzaro si è unita la mia compagna, juventina e torinese fino al midollo. Un giorno abbiamo preso il caffè al Roks Bar davanti allo stadio e spiegando che eravamo arrivati dal Piemonte apposta ci offrirono il caffè. Le dissero che vedere una persona che ammirava il Catanzaro gli faceva piacere. Da allora è una tifosa in più. Ed è bello, anche perché abbiamo alle spalle una grande azienda con una programmazione societaria che è fatta bene, anche se non mi piace che Noto sia da solo. Vanno bene gli sponsor ma bisognerebbe che tutte le realtà del territorio unissero le forze. La Serie A? Io ho paura. Preferisco dieci campionati da vertice in B che uno in A e poi di nuovo giù. Riempire riempiremmo lo stadio ma prima dobbiamo essere competitivi”.
Se dovessi spiegarlo, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Facciamo una vita di saliscendi, ci sono situazioni familiari belle e meno belle. Nei momenti difficili, ogni tanto, abbiamo bisogno di trovare un appoggio per ripartire e io l’ho trovato nel Catanzaro. Anche quando vedo due colori giallorossi la mia mente collega subito al Catanzaro e mi fa stare bene. Il Catanzaro viaggia su un binario a sé, si possono cambiare mogli ma non la fede. Può fare male o può perdere ma l’amore non cambierà mai. Come a Pasquetta: mi trovavo a Mantova e poche ore prima della partita c’è stato il rinvio per la morte di Papa Francesco. Tanta delusione e amarezza ma quel pomeriggio visitando la città in un vicolo ho riconosciuto Tommaso Cassandro. L’ho fermato e mi sono fatto una foto con lui. Mi è tornato subito il sorriso e non ho più pensato ai sacrifici che avevo fatto per essere lì. In fondo, il Catanzaro è felicità”.


