Catanzaro, fine anni Novanta. Le domeniche assolate fanno da capolino tra le viuzze del centro storico, celando la brezza ventosa dello scirocco. Le case paiono anime sparse in un girasole di luci, al sorgere della sera, accese nel focolare delle cucine. Dentro, voci che si rincorrono: quelle dei racconti dei più grandi, dei nonni o degli zii dopo il pranzo che ha allietato tutti. E quelle che provengono dalla radio, a scandagliare minuziosamente le emozioni di una partita di pallone.
La radio, mondo distante dal nostro tempo digitale ma che riflette l’esistenza di una generazione cresciuta senza le pay tv. Senza la fortuna di poter guardare da ogni latitudine la propria squadra del cuore ma senza che questo, in fondo, abbia rappresentato un ostacolo a crescere nel nome di una fede. Lo sa bene Giuseppe Teti, classe 1989. Cresciuto a pane, radio e videocassetta. Una su tutte, dal titolo che è già un programma “Una leggenda in giallorosso”.
“Devo la mia passione del Catanzaro a mio nonno e agli zii, che da piccolo mi fecero vedere questa videocassetta di quando il Catanzaro sfidava la Juve e il Milan. Era una realtà distante per me, ma che mi gasava. Fu in quelle immagini che conobbi Palanca e gli altri grandi calciatori, io che ero solo un bambino. Da piccolino non nego che simpatizzavo per la Juventus, ma sono cresciuto con Telespazio e seguivo sempre il Catanzaro, da cui poi me ne sono completamente innamorato”.
Sono anni infausti per il Catanzaro ma anche dalle più grandi delusioni l’amore ne è uscito fortificato. “La prima immagine del Catanzaro risale a una partita di Serie C2 contro il Benevento, nelle classiche partite di C2 che disputavamo in quegli anni. Quelle che hanno segnato, purtroppo negativamente, la mia adolescenza sono state due. Il playoff contro l’Acireale nella stagione 2002-03, anno in cui avevamo iniziato ad andare allo stadio con una certa frequenza anche perché invitavano spesso le scuole ad assistere le partite. Fino a metà stagione eravamo in piena zona retrocessione, poi ci fu una cavalcata strepitosa che ci portò fino alla finale e tutti sappiamo come è andata a finire. L’altra partita è l’altra finale, l’anno prima, il 17 giugno del 2002 contro il Sora. Sembrava una formalità, c’erano 25mila persone allo stadio: avevo 12 anni e ricordo che piansi tanto, perché era la prima vera delusione. Ma anziché affossarmi, alla lunga quella delusione rinforzò il legame con il Catanzaro”.
La stagione 2003-04 fu quella del riscatto. “Da quell’anno mi sono abbonato in curva e da allora lo sono ancora. A parte le gare in casa, seguii le trasferte tramite la radio con Vittorio Giummo e Mario Mirabello perché i miei non mi mandavano fuori. I ricordi sono indelebili: il gol di Pastore al 94’ a Taranto, che ci diede l’ultima volata prima di Ascoli, poi il 3-2 in casa contro il Crotone con la doppietta di Giorgio Corona e un altro pesante gol che fece Re Giorgio all’ultimo minuto contro il Foggia. Il 16 maggio del 2004 è una data che non si può dimenticare, uno dei giorni più belli della mia vita: una grande festa, dal pomeriggio alla sera, la partita in quel di Ascoli sentita alla radio e poi l’entusiasmo tra le vie della città, con tanto di festa allo stadio. Avevo 15 anni e feci uno striscione che fu anche pubblicato su un giornale, con me accanto”.
Ci sono voluti vent’anni per tornare a gioire: il muro giallorosso a Salerno è poesia. “La differenza tra le due promozioni è tanta. L’ultima è quella che ho vissuto in prima persona perché ho fatto quasi tutte le trasferte. Su tutte cito quella di Pescara, il 3-0 meraviglioso: è stato tutto bello, dall’inizio alla fine. L’arrivo a Roma il giorno prima, l’arrivo a Pescara e il rispetto tra le tifoserie, la doppietta di Martinelli e a fine partita ebbi l’occasione di farmi un selfie con Massimo Palanca, praticamente la domenica perfetta. Quell’anno l’emozione è stata ancora più forte. La promozione del 2003-04 venivamo da un ripescaggio ed è stato un crescendo mentre l’ultima arrivava dalla rabbia di Padova, da quell’“imbunnamento” è nata una goduria: mai viste, penso, a Catanzaro tutte quelle vittorie. Non ho trattenuto le lacrime a Salerno, conservo ancora come immagine di copertina sulla pagina Facebook quella marea di tifosi a Salerno, dove ci fui anche io”.
In cameretta il poster di Re Giorgio Corona, proprio come Re Pietro Iemmello. “Scegliere tra i due è difficile. Dico però Iemmello perché è di Catanzaro, anche se Corona è stato il mio idolo da piccolo. Per la storia che può scrivere ancora sceglierei comunque Iemmello, vero cuore giallorosso. Un ultras in campo. Altri idoli? Sono molto legato a Nicolò Brighenti per la sua storia, personale oltre che calcistica. Quando viene chiamato in causa risponde sempre presente, per me è come un piccolo Superman. Come allenatori, invece, dico che Provenza è stato un tecnico che ha mostrato appartenenza per la nostra realtà, ma sono stato “stregato” anche da Auteri e ovviamente da Vivarini come bel gioco”.

Hai un modo tuo di vivere le partite? “Rituali no, ma le vivo male perché per me il Catanzaro è qualcosa che muove le viscere. Quest’anno è stato un campionato positivo, subentrare a Vivarini non era semplice, anche io ho avuto grande scetticismo nei confronti di Caserta ma sono stato felice di essere smentito. La vittoria più grande è stata comunque aver ripulito l’immagine di questa piazza, che ora è ben più ambita rispetto agli anni in cui navigava tra la C1 e la C2”.

Se dovessi spiegarlo, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Qualcosa che ti influenza l’umore in maniera così imponente, ti costringe a modificare le tue giornate. Questa è una malattia che non va più via. A quel bambino che andava in curva direi oggi di avere tanta pazienza ma che le soddisfazioni, prima o poi, arrivano. L’Uesse è tornata, la speranza per tutti noi che non l’abbiamo vissuta è la Serie A. Sarebbe un sogno”. Per non vederla più, soltanto, tramite una videocassetta.


