Mario Spinocchio con il figlio Alessandro Mario Spinocchio con il figlio Alessandro

Gli autostop ai tempi della Serie A e gli anni in Svizzera, Mario: "Catanzaro la nostra seconda mamma"

Scritto da  Giu 17, 2025
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La Curva Capraro fa parte della storia del signor Mario Spinocchio. "Per tutti noi il Catanzaro ha sempre rappresentato una seconda mamma, un secondo papà. Insomma, una seconda famiglia”.

Una voce si leva in cielo, scandita dal suono fragoroso di mille altre voci che battono all’unisono. Con il vento che soffia indisturbato e si posa sul pino del Vecchio Militare, frastagliando di aghi i gradoni. Tutti in piedi a cantare e incitare: sotto il segno tambureggiante di una percussione, nel nome di una passione. La curva e il suo richiamo.

Di quel settore dello stadio Mario Spinocchio ne conosce minuziosamente ogni angolo. Prima ancora che nascessero i gruppi organizzati, di cui è stato un antesignano. “Seguo il Catanzaro da quando avevo 3 anni e a maggio di quest’anno ne ho fatti 70 – esordisce Mario – La prima partita che vidi allo stadio fu un Catanzaro-Ancora. Ero piccolo piccolo, non è chissà che potessi capire. Abitando vicino allo stadio ogni domenica ero dentro lo stadio, papà mi portava in braccio e i colori giallorossi li ho avuti subito nel mio dna. È stato per me qualcosa di molto naturale. Ho fatto poi parte degli ultras, anche se all’epoca non avevamo una sede fisica dove ritrovarci. Io mi occupavo di tirare i cori, facevo saltare la gente. Quali cori cantavo? Uno su tutti era “Alé Giallorossi, Alé Catanzaro: Alé Alé Alé”. Per tutti noi il Catanzaro ha sempre rappresentato una seconda mamma, un secondo papà. Insomma, una seconda famiglia”.

 

Lo dice con la proverbiale simpatia del catanzarese verace. Sicuro del suo verbo e del suo grido d’amore. “Ho vissuto tutte le epoche, specie quando siamo stati in A. Eravamo quattro amici: io, Mario Talarico, Pasquale Furgliolo e un altro ragazzo di nome Mario che purtroppo non ci sono più. Eravamo sempre insieme e per il Catanzaro ne abbiamo combinate parecchie. Tutte le trasferte verso il Nord Italia le abbiamo fatte facendo l’autostop. Ci caricavano camion pieni di maiali, mucche o a volte cemento. Arrivavamo il venerdì sera o il sabato mattina presto e ci mettevamo sotto l’hotel dove sapevamo che pernottavano i calciatori. Con il mitico presidente Ceravolo, che ci faceva i cazziatoni perché eravamo proprio dei matti. Ma poi ci faceva salire sopra, ci offriva il pranzo e pure i biglietti. Quando capitava eravamo noi a darli ai tifosi che abitavano al Nord prima della partita allo stadio. Non avevamo paura di niente e guai a chi parlasse male del nostro Catanzaro. Sentivamo di avere una certa responsabilità sui colori. Se ci ripenso oggi che ho settant’anni quasi me ne vergogno, ma nella mia mente ricordo anche gli altri calabresi, molti reggini e cosentini che ci ospitarono diverse volte. Anche per questo la Calabria è e rimarrà sempre giallorossa”.

Delle suole di scarpe appartiene invece il suo passato. Di un mestiere imparato con sacrifici a San Gallo, nella Svizzera tedesca, accompagnato sempre dalla sua passione. “Ho vissuto per un periodo in Svizzera dove ho iniziato a fare il calzolaio e ho messo su famiglia. Ma il Catanzaro non l’ho mai abbandonato, anzi l’ho sempre seguito. E mi costava parecchio di linea all’epoca, parliamo del ’76, perché mi riuscivo a collegare tramite i canali esteri. Se dovessi paragonare il Catanzaro a un tipo di scarpa? Non farei questo paragone perché anche le scarpe più costose non valgono quanto il Catanzaro. Se fosse possibile lo paragonerei al cuore: il mio non è rosso, ma giallorosso. Dopo che ho lasciato la Svizzera me ne sono sceso in Italia e la mia carriera è proseguita: mi sono aperto per fatti miei e mi sono risposato. La passione per il Catanzaro l’ho trasmessa anche ai miei figli”.

 

Come Alessandro, il presente e il futuro degli Spinocchio. “Ha 15 anni e già dai dieci anni è dentro con gli ultras, diciamo che ha preso le redini – sorride, ndr – Secondo me adesso i gruppi ultras sono molto più organizzati di quando ero io giovane, ora hanno la loro sede e poi c’è da dire che sono molto impegnati nel sociale. Sono stati bravi a costruire tante amicizie con altri ultras di altre realtà d’Italia. Se sono scaramantico? No, non sono come quelli che si arrabbiano quando si perde. Certo, quando si perde sento un dolore al cuore che dura fino a lunedì o almeno fino a quando non mi ripiglio ma me ne faccio una ragione. Ho sempre cercato di andare oltre, come gli ultras che amano a prescindere dai risultati il Catanzaro. Ultimamente con i tempi che corrono non posso permettermi il lusso di guardare dal vivo il Catanzaro ma sono sempre allo stadio. Incontro il mondo ultras, i vecchi e i nuovi, e respiro l’atmosfera. Non ho mai criticato il Catanzaro, anche quando siamo stati in Serie C negli anni più difficili. Noto oggi ci sta dando soddisfazioni”.

 

Se dovesse spiegarlo, che cosa rappresenta per lei il Catanzaro? “È stata l’opportunità di conoscere persone di tutti i ceti, dallo scaricatore di porto al chirurgo. Mi sono fatto un sacco di amici grazie al Catanzaro, una passione che lega tutti quanti. A legarci è il fatto di essere fraterni tifosi del Catanzaro”. Immaginando di ritrovarsi in quella curva a cantare: ancora una volta, tutti insieme.

 

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