Giovanni Cacia insieme al presidente Floriano Noto Giovanni Cacia insieme al presidente Floriano Noto

Dalla curva al televideo per seguire sempre il suo Catanzaro, Giovanni: "Questa società ci riporterà ai fasti di un tempo"

Scritto da  Mag 14, 2025
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La storia di Giovanni Cacia nel consueto appuntamento settimanale "Il Giallorosso nel cuore". "Ci si metteva sotto il pino e la pioggia non ci faceva paura, il vero successo dei Noto è aver riavvicinato famiglie e bambini alla squadra"

Più forte di ogni ragione, di ogni logica. Delle categorie e dei campetti di periferia, della serie C2 e dei fallimenti. Stagioni turbolente dove però l’amore per il giallorosso non è mai stato scalfito. Perché, in fondo, essere tifosi vuol dire questo: amare a prescindere. E amare è un verbo che ha fatto proprio Giovanni Cacia, 62 anni all’anagrafe e grande tifoso del Catanzaro. Nato e cresciuto a Catanzaro, il signor Giovanni ha fatto del Catanzaro una ragione di vita.

Giovanni Cacia

 

Ho sempre tifato il Catanzaro e mai ho avuto il pensiero di tifare per le squadre della Serie A – dice Giovanni – La mia passione è tutta per la squadra della mia città e il tifo non si può descrivere. Ci sono squadre che non hanno i tifosi che abbiamo noi, credo che nessuna della Calabria abbia una passione e un trasporto così particolare per la propria squadra. Siamo stati i primi ad andare in Serie A, la prima e migliore squadra della Calabria. E poi ho visto sempre nel calcio anche un fatto sociale, l’immagine di una città che avrebbe fatto parlare tutta l’Italia. Un’immagine bella e anche negli anni precedenti alla B, sostenevo che se il Catanzaro fosse risalito ne avrebbe giovato anche la nostra città”.

I ricordi giallorossi attraversano più epoche. “La prima immagine che ho del Catanzaro risale alla prima promozione del 1971 in Serie A, avevo 8 anni, ma la ricordo vagamente. La festa su via Indipendenza, tutto colorato di giallorosso e una A gigantesca su Corso Mazzini. Ricordo, passando con la macchina insieme a mio padre, tutta la città colorata: non c’era un’abitazione dove non ci fosse un vessillo giallorosso. Ho avuto poi la fortuna di vivere gli anni più belli, delle altre promozioni tra la B e la A, fino alla terza fase, quella del declino. E poi il 2004, anno del ritorno in B, e il nuovo ritorno in cadetteria due anni fa che ci sta facendo vivere nuovamente emozioni bellissime”.

Con i suoi cugini di Zurigo, venuti apposta per assistere al derby contro il Cosenza

 

Riavvolgendo il nastro, sono gli anni Settanta a custodire il saliscendi di emozioni più intenso.La mia prima volta allo stadio fu proprio nel 1975 in Serie B, in un Catanzaro-Brindisi. Sono stati anni incredibili, ricorderò per sempre il gol di Improta a Reggio Emilia che ci regalò agli ultimi minuti la promozione in A nella stagione 1975-76, io che insieme a dei miei amici ero nella pineta di Siano e gioimmo sentendo la radio; ma anche il gol di Palanca l’11 giugno del 1978 contro il Como. All’epoca abitavo a Sant’Elia e ricordo che la partita iniziava alle 17. Ero ancora un ragazzo e decisi di farmela a piedi per arrivare allo stadio ore prima, la città era già imbandita a festa. Faceva un caldo terribile, fuori dagli spalti c’erano le fontane per potersi rinfrescare mentre in curva preparavano la A e i palloncini”. Gli anni Ottanta sono invece segnati dalle trasferte. “Nel 1980 lavoravo in un supermercato, mio zio abitava a Roma e decisi di partire alla volta della capitale. Era il 9 novembre 1980, il Catanzaro di Burgnich fermò la Roma sullo 0-0 sotto una pioggia torrenziale, grazie anche alle parate strepitose di Zaninelli. Partii da Catanzaro Sala e quando mi accompagnò mio padre il treno era tutto pieno di tifosi giallorossi con bandiere che invasero la stazione Termini. La cosa simpatica è che appena arrivai all’Olimpico entrai in curva e sentii chiamare sugli spalti il mio nome, perché vuoi o non vuoi a Catanzaro ci conosciamo un po’ tutti e quindi ci ritrovavamo nel settore ospiti. Dal 1981 al 1986 invece mi trasferii per lavoro ad Alessandria, in Piemonte, e in quegli anni tanti colleghi di lavoro mi facevano i complimenti per come il Catanzaro fosse una bella squadra”.

Anni in cui i calciatori erano bandiere in cui identificarsi. “Nella mia storia ho avuto la fortuna di conoscere diversi calciatori del Catanzaro, grazie soprattutto a un grandissimo tifoso giallorosso che è scomparso qualche anno fa: Serafino Chiellino, che lavorava al mercato. Grazie a lui conobbi Palanca e poi anche Claudio Ranieri. Abitavo a Lucrezia della Valle e frequentavo insieme ad alcuni amici la stazione Esso con Mario Negro che divenne celebre in un Catanzaro-Novara di anni e anni fa per avere sostituito il guardalinee (il signor Percopo nell’anno 1976: la partita fu ripetuta e vinta dal Catanzaro nel giugno di quell’anno che valse il ritorno in A, ndr) e in quella stazione venivano spesso i calciatori a fare rifornimento. Ranieri ai tempi abitava in affitto sopra la stazione. In quegli anni frequentavo la curva e Ranieri è stato sempre gentilissimo, ricordo che una volta uscii da scuola a Piazza Roma e mi diede un passaggio con la macchina per tornare a casa. Una volta per il compleanno gli regalammo insieme a Serafino e ad altri ragazzi un mazzo di fiori giallorossi. Ai tempi di Alessandria, invece, andai a Genova per salutare Pino Lorenzo che dopo il campionato vincente con Fabbri e la promozione in B fu venduto alla Sampdoria in A: in quell’occasione, dopo la partita, gli dissi che ero di Catanzaro e lui mi diede il suo numero di telefono. Così come andai a Napoli quando Palanca fu acquistato dal Napoli: la partita era contro il Como, mi ricordo che non gli passavano la palla. Allora c'era Pellegrini che era la punta principale, comunque la gente di Napoli lo stimava e si lamentavano con i giocatori e infatti poi lui andò via, proprio al Como”.

Gli anni del grande Catanzaro coincidono con le sfide alle grandi del Nord. “Una volta in Serie A giocammo contro l’Inter e allo stadio non c’era posto – continua nel suo racconto Giovanni – Riuscii ad entrare sempre dalla curva Ovest angolo Distinti. Eravamo stretti stretti, perdevamo 1-0 ma riuscimmo a pareggiare e dall’esultanza mi sollevarono in cielo! Anche contro la Juventus andavamo presto allo stadio, lasciavamo la macchina su via De Filippis alla salita prima del curvone. Ci si metteva sotto al pino della curva e quando pioveva l’acqua non ci faceva paura. Difficile paragonare quali sono stati gli anni più belli, sicuramente anche le promozioni contro Como e Reggiana sono state bellissime ma anche gli anni della B con formazioni come Palermo, Taranto o Lecce lo sono stati. Il Catanzaro era una delle migliori società”.

La passione per la casacca giallo e rossa non è mai tramontata, anche negli anni più bui. “Sono abbonato in tribuna centrale, già dai tempi del presidente Cosentino. La differenza con la curva? L’entusiasmo c’è sempre. Io sono sempre stato legato alla squadra, anche quando c’erano società che non avevano una proprietà forte. Anche quando il pubblico si era allontanato dal Catanzaro, quando giocavamo contro il Pescina, Melfi, il Martina Franca o il Gela nell’umiliazione generale. Li ricordo bene quegli anni. Ci sono state fasi in cui la squadra è stata affidata a personaggi come Franco Selvaggi o al primo Gaetano Auteri contro la Cisco Roma, quella che secondo me fu la squadra più forte della serie C. E dico anche più forte di quella di Vivarini, almeno sulla carta: avevamo tra gli altri Caputo, un giocatore fortissimo. Erano anni in cui si parlava dei problemi economici, aspettavamo con ansia ogni estate se la squadra riuscisse ad iscriversi”.

C’è un Catanzaro a cui è più legato? “Ce ne sono diversi. Penso al Catanzaro di Fabbri che faceva spettacolo, l’anno del ritorno in B nella stagione ’84-’85. Ma più di tutti penso alle icone con cui siamo cresciuti: Ranieri, Maldera, Pellizzaro, Banelli e Nicolini. Nella stagione 1978-79 battemmo 2-0 il Vicenza, il Corriere dello Sport titolò “Palanca batte Rossi”, sulla nostra fascia c’era Renzo Rossi. Ma penso anche al Catanzaro di Bruno Pace, un bel vanto per noi: all’epoca ero in caserma e la sera c’era la Domenica Sportiva, si chiacchierava e si commentava anche del mio Catanzaro”. 

Il Catanzaro di oggi è segnato dalla presidenza Noto. Che pensiero fa sul futuro? “Tanta gente ha criticato Floriano Noto nei primi anni di gestione, eppure io me lo ricordo sempre allo stadio in tribuna a tifare. Dopo lo spareggio nella semifinale playoff perso contro il Padova incontrai il figlio Luca e mi disse di non preoccuparmi, che avrebbero allestito una squadra per andare in B subito e fu di parola tanto che glielo ricordai di ritorno dalla festa di Salerno l’anno dopo. Sono sicuro che con loro andremo in serie A, ci sono progetti importanti sia per la prima squadra che il settore giovanile. Io sono fiducioso, lo sono sempre stato. Gli anni del fallimento, dopo Poggi e Parente, fui anche intervistato su Rai3 in uno dei giorni più tristi della nostra storia ma, già allora, parlavo agli altri tifosi dicendo che saremmo ritornati presto. Con Cosentino avevamo allestito una squadra forte con Kamara, sotto la gestione del compianto sindaco Michele Traversa. A Vibo Valentia dopo l’ultimo playout andammo sul corso di Catanzaro con degli amici e uno di loro ci disse che Noto avrebbe preso il Catanzaro, tutti quanti ci abbiamo sperato e finalmente quel giorno è arrivato. I tifosi ci sono sempre stati, ma attendevano di esplodere. Il vero successo dei Noto credo sia stato avvicinare di nuovo le famiglie e i bambini. La città ha cambiato volto e grazie a questa proprietà sono nati i tifosi del domani. Dobbiamo essere soddisfatti di questi anni, io me li ricordo ancora gli anni in cui il Catanzaro lo si seguiva guardando il televideo. Questo non significa non essere ambiziosi, però bisogna pazientare ancora un pochino: questa società ci porterà ai fasti di un tempo”.

Se dovesse spiegarlo, che cosa rappresenta per lei il Catanzaro? “Qualcosa che ho vissuto e che sto vivendo ancora, tra l’entusiasmo e i sacrifici – la voce rotta dalla commozione, ndr - Qualcosa di troppo bello, che mi lega anche alle persone che non ci sono più tra di noi purtroppo e che hanno aspettato anni per vedere ritornare il Catanzaro dove merita. Il Catanzaro è qualcosa di unico, al di là dei calciatori, degli interessi e degli ingaggi. Mi auguro che un giorno i miei nipoti potranno gioire come ho fatto io in tutti questi anni”.

 

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